Ultimo aggiornamento: Venerdì 12 Mar. 2010 | 22:48
Cronaca | Sicilia | 29 Set 2009 | 15:33

Caso Akragas, intervento della Conferenza episcopale siciliana

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di Silvio Schembri

Mons. Francesco Micciché Mons. Francesco Micciché «Essere cristiani e in esso anche dire il no alla mafia, alla cultura del malaffare, del compromesso e della morte, deve esprimersi costantemente in ciò che siamo e facciamo e deve attraversare tutti gli ambiti della vita, anche e soprattutto quelli capaci di riunire giovani e dar loro passione ed esempio».

Lo ha detto monsignor Francesco Micciché, vescovo di Trapani, delegato della Conferenza episcopale siciliana per lo sport e il tempo libero, all'indomani della bufera scatenatasi nel mondo sportivo siciliano dopo che il patron dell'Akragas ha dedicato la vittoria domenicale della squadra al suo «amico fraterno» Nicola Ribisi, presunto boss mafioso di Palma di Montechiaro, arrestato il 17 settembre scorso dalla squadra Mobile.
 
«E' caduto invano - si chiede monsignor Micciché - l'anatema di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi? È redimibile la nostra Sicilia? Quello che è avvenuto non è solo la sbavatura, lo sbaglio di un soggetto, la performance di un rappresentate insigne dello sport, ma la cultura di un popolo. Per questo - aggiunge il vescovo - diventa urgente chiederci se la profezia ancora ha un senso e in che modo deve essere portata avanti dalla Chiesa e diventare stile di vita concreto. I giovani si identificano nello sport - conclude - e chi lo rappresenta così come chi lo pratica, diventa spesso quasi un idolo, per questo dedicare una vittoria, una magnifica esecuzione sportiva, ad un presunto boss della mafia può diventare indicazione di uno stile».